Fatti di Orsi

Foto: Murer


Lettera aperta di Aldo Di Benedetto

La strage degli orsi: la strage della...... verità.

La morte violenta dei tre orsi, rinvenuti tra il 30 settembre e il 2 ottobre a confine tra il territorio di Gioia dei Marsi e Pescasseroli, ha scatenato una vasta eco nella pubblica opinione sulla base di una “tempesta mediatica” che ha tenuto banco per circa un mese.
Nel frattempo, in attesa dei risultati delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Avezzano, continuano a giungere all’Ente Parco moltissime lettere di solidarietà e di sdegno per quanto accaduto; non mancano però note polemiche che puntano il dito sulle “responsabilità”. Per questo credo sia opportuno dare risposte o quantomeno sottoporre all’attenzione di chi scrive alcune considerazioni a freddo. In premessa riporto testualmente quanto esposto al sottoscritto da due dirigenti veterinari del Dipartimento di Prevenzione della ASL di Isernia “Egregio direttore, questa lettera era stata pensata prima delle tristi vicende che purtroppo hanno portato ultimamente il Vs Ente all’attenzione del grande pubblico. La morte violenta di Orsi e Lupi, animali simbolo del Parco, non solo non ne modifica i contenuti, ma ne amplifica la pressante attualità…Traspare, attraverso l’operato del Personale di Vigilanza il mutato atteggiamento nei confronti delle popolazioni locali, sempre più teso alla mitigazione delle incomprensioni e delle conflittualità. Ne è la riprova il significativo aumento della popolarità del Parco, apprezzabile tra le categorie più direttamente interessate: autorità, istituzioni, allevatori, escursionisti, cacciatori, cercatori, che certamente non sfugge a chi come noi intrattiene con essi a vario titolo rapporti di quotidianità. La costante diminuzione del bracconaggio, nonostante il forte incremento numerico delle specie sensibili e la comprensione del valore biologico e sociale delle specie oggetto di particolare tutela, per la conservazione delle quali il Vs Ente investe risorse economiche, umane e strumentali, rappresenta a nostro avviso un traguardo insperabile fino a pochi anni orsono, che certamente non può essere frutto di casualità, bensì il risultato di una precisa strategia gestionale”. In proposito cito anche la lettera del Presidente dell’A.T.C. N.1 di Frosinone che invita i cacciatori a rispettare la preziosa fauna protetta, evidenziando, per la prima volta, la grande importanza che riveste la presenza dell’Orso nella zona di protezione esterna del Parco. Per quanto riguarda, invece, le note polemiche evidenziamo la lettera dell’associazione “L’Artiglio”, Unione delle Regioni per il Territorio, che accusa il sottoscritto di aver alimentato una pubblicistica per “far ricadere sulle popolazioni locali la colpa degli efferati eventi”. “L’Artiglio”, quindi, invoca “un’attenta riconsiderazione da parte delle istituzioni circa il ruolo di presenza attiva delle popolazioni locali” avvalendosi “delle significative e secolari capacità di autogoverno del territorio”. In verità nelle decine di interviste che mi sono state proposte, nei momenti più drammatici della vicenda, non ho mai fatto riferimento a eventuali colpe delle popolazioni locali e nemmeno a responsabilità di categorie come quella degli allevatori. In questi casi – è ciò è noto a tutti – le responsabilità sono personali per cui la giustizia persegue i singoli criminali, sui quali le categorie interessate farebbero bene a prendere le dovute distanze. Mi domando: di fronte a un così efferato attentato alla preziosa a rara fauna selvatica del Parco, a cosa servono rivendicazioni o polemiche che appartengono ad un’epoca passata e superata - e la lettera dei veterinari della ASL isernina lo precisa chiaramente – in cui l’Ente Parco rifiutava il dialogo e la partecipazione delle popolazioni locali? Oggi, il parco è nella compiutezza delle sue funzioni con un Presidente e un Consiglio Direttivo con pieni poteri, una Comunità del Parco attenta e partecipe alla vita dell’Ente, tuttavia è necessario comprendere che nel territorio protetto sono in atto processi economici e sociali inediti, in alcuni casi insidiosi, i cui fautori hanno individuato nel parco una “terra di conquista” per coltivare malcelati interessi, facendosi strada attraverso una violenza gratuita nei confronti della fauna più pregiata. Le dinamiche socio-economiche che penetrano nelle aree protette sono un po’ lo specchio di quello che avviene nella società odierna, dove trionfa il l’affarismo, il pressappochismo, la prepotenza, la violenza e l’abuso sulle persone, la brutalità nei confronti degli animali; una società colpita da “un male oscuro” che produce efferatezze, sia per la conquista di un tozzo di pane che per avere un posto al sole nel “gioco delle borse”. Oggi, diversamente dagli anni 60 – quando l’ostacolo alla speculazione edilizia e al facile investimento era l’Istituzione Parco – siamo di fronte a fatti nuovi in cui le aree protette sono territori da conquistare per mettere a frutto singolari interessi speculativi. Siamo, quindi, di fronte non ad un assalto al parco in quanto Istituzione, bensì l’aggressione vuole colpire quel “modello di parco”, in cui trovano ancora spazio animali selvatici che vengono tacitamente e crudelmente eliminati perché di ostacolo alla coltivazione di spericolate ed occulte rendite.
In conclusione ritengo che sia del tutto inutile attardarsi in considerazioni anacronistiche e fuori luogo, bisogna invece rimboccarsi le maniche ed attivare la massima attenzione su penetrazioni malavitose e senza scrupoli o con intenti volgarmente speculativi. Per questo le regioni, i comuni, le popolazioni locali, tutte le forze dell’ordine, le associazioni e organizzazioni territoriali hanno un ruolo determinante per eludere ed emarginare degenerazioni patologiche dello sviluppo economico dell’area protetta. Noi continueremo a fare la nostra parte, con maggiore determinazione, sia nel campo della tutela che della sorveglianza, che della promozione socio-economica, incentivando solo coloro che vogliono impegnarsi in attività eco-compatibili virtuose e genuine.

Aldo Di Benedetto, direttore del PNALM



Fonte: www.altromolise.it


Trovati morti tre orsi nel parco d'Abruzzo

Sconvolgente notizia ha percorso l'etere oggi 2 ottobre 2007.
Sembra siano stati avvelenati. Gli accertamenti sono in corso.
L'orso Bernardo, che aveva appena compiuto i sette anni il 24 agosto,
era anche lui diventato famoso a causa della sua preferenza culinaria
a base di galline. Tendenza presa, a causa dell'intervento dell' uomo,
che lo ha addescato con bocconi fatti di gallina e di pesce, per motivi di
monitoraggio.
Anche questo fatto dimostra che per gli animali non c'è più spazio per vivere
in pace, che l'uomo si prende il diritto di uccidere tutto ciò che gli da fastidio
e che non gli arreca profitto.
Questa è la grande ignoranza dell'uomo che pensa di poter vivere da solo
il pianeta, dimenticandosi che anche lui fa parte della natura e che con più
uccide con più gli sarà difficile sopravvivere ai mutamenti in atto sulla terra.

Visitate Il blog dell'Orso Bruno



Faccia a faccia con un orso bruno

Per fortuna si è conclusa solo con un grande spavento e un forte batticuore la brutta avventura di Giovanni Pasina, un pastore di 57 anni abitante a Temù (Brescia). L'uomo era al lavoro questa mattina in alta Valcamonica, nella valle del Narcanello (sopra Pontedilegno), dove stava cercando le proprie capre al pascolo intorno ai 1.700 metri di quota, quando si è trovato all'improvviso di fronte un orso, a poche decine di metri di distanza.
Per allontanarsi, l'uomo è salito veloce verso il ghiacciaio del Pisgana, ma il plantigrado lo ha seguito a distanza, non si sa se perché incuriosito dalla presenza dell'essere umano, o perché quella era la direzione che gli andava di percorrere, oppure perché avesse intenzioni minacciose. Fatto sta che il pastore si è trovato la strada del ritorno tagliata dalla presenza dell'animale. L'allarme è stato lanciato via telefono dai parenti, ma quando l'uomo è stato raggiunto dai soccorsi con l'eliambulanza del 118, l'orso gli faceva tranquillamente gli affari suoi da qualche altra parte.
La presenza dell'orso bruno è stata segnalata più volte negli ultimi mesi nell'alta valle. Si tratta probabilmente di uno dei tre piccoli dell’orsa Yurka, che un anno fa arrivò dalle parti del passo del Tonale, ormai cresciuto e in grado di provvedere a se stesso.
Il plantigrado, del quale sono state trovate spesso feci e impronte, si ciba volentieri delle pecore e capre depredate agli allevatori della zona, che vengono regolarmente rimborsati. Finora se ne erano trovate spesso le tracce, ma mai l'animale si era avvicinato tanto all'uomo, dal quale di solito sta prudentemente alla larga.

Fonte: www.quibrescia.it


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